Convento S. Francesco

[tab:La Storia]

Il 
convento di notte veduta da Sud Gli 
altari laterali Il 
Chiostro Il 
Chiostro

Il Convento e la chiesa di Sant’Antonio furono eretti tra il 1435 ed il 1444 nel pontificato di Eugenio IV come si evince dal “De Origine Seraphicae Religionis Franciscane”  di Francesco Gonzaga pubblicato in lingua latina nel 1587 dalla ex typographia Dominici Basae di Roma, ma si trova certezza anche dagli “Annales Minorum seu Trium Ordinum a S. F. istitutorum” del Wadding. La tradizione vuole che il fondatore fosse S. Bernardino da Siena. Eretta in forma quadrata a tre navate in stile gotico, con l’entrata a livello dell’antico prato, subì nel 1554 il primo intervento architettonico che la ridusse a una navata per permettere al convento di impiantarsi addosso alla chiesa, ed attaccarla al campanile.

Per il rifacimento, le sole offerte della popolazione non bastarono, si narra che intervennero i Signori feudatari dell’epoca, come i Villamarino, i Sanseverino e i De Cardona. Nella ricostruzione, si fece precedere l’entrata da alcuni gradini, allo scopo di realizzare nella chiesa delle fosse tombali.

Nel 1750 Carlo III di Borbone, grande sovrano illuminato, comprò il monastero da parte dei fratelli Solimena, e la nomina a Guardiano del Monastero dei frati Minori del Frate Padre Simeone da Paduli, furono eventi di grande rilevanza religiosa, artistica e sociale per il Comune di Altavilla di Principato Citra; infatti tutte le parrocchie del comune compreso il monastero di S.Francesco, furono arricchite di pregevoli quadri di pittori della scuola del Solimena.

Nel 1806 un decreto a firma di Giuseppe Bonaparte, soppresse gli ordini religiosi nel Regno. La chiesa e il Convento di S. Francesco, furono risparmiati dalla chiusura perché l’Intendente della provincia di Principato Citra, signor Blanc de Volx, sostenne che i religiosi del convento servivano gli abitanti del real bosco di Persano e perché la fabbrica era una delle più antiche e magnifiche. Il monastero di Altavilla, accolse i Frati Minori dei soppressi Conventi di Laurino, Polla, S. Angelo a Fasanella e S. Nicola di Salerno. Dopo la restaurazione del 1815, i Conventi soppressi furono riaperti e i Frati vi fecero ritorno.

Il 7 luglio 1866 con l’Unità d’Italia fu emanata una legge firmata da Vittorio Emanuele II, con la quale furono aboliti tutti gli ordini religiosi e i beni trasferiti al Demanio. Il monastero così fu occupato dalla “Guardia Nazionale”, che arrecò molti danni imbrattando una parte artisticamente affrescata. Solo la chiesa si salvò, perché affidata al monaco francescano officiante Padre Alberto da Pisciotta (ex Minore), che provvedeva al culto ed alle feste di S. Antonio e S. Francesco.

La chiesa venne chiusa nel 1893, dopo la lapidazione sulla strada dei Franci (oggi Via Roma) dell’ultimo francescano, Padre Raffaele Barra, e veniva aperta al culto solo per le feste di S. Antonio e S. Francesco. Successivamente chiesa, convento e terreno circostante passarono allo Stato, che a sua volta li affidò nel 1929 al vescovo di Vallo della Lucania Mons. Francesco Cammarota, che poi lo cedette ai Padri Vocazionisti di don Giustino Russolillo.

Nel 1947-48 la chiesa venne ristrutturata a seguito degli eventi bellici esternamente con un nuovo intonaco e inserito un nuovo corpo di fabbrica, destinato alle Suore e per scopi abitativi. Scomparvero le pietre tombali e il vecchio pavimento di ceramica; oggi sotto l’attuale pavimento sono ancora conservate le antiche tombe e la cripta con le ossa dei frati.

(notizie storiche tratte da: A. A. Ferrara, Cenni storici su Altavilla Silentina, 1898, pp. 68-69;

G. Galardi R. Messone, Altavilla Silentina profilo storico, monumentale e paesaggistico, 1987, pp. 49-50;

P.T. Olivieri, la Chiesa di San Francesco Piccola Santa Croce di Altavilla Silentina, 2003, pp. 7-8)

 

[tab:L’interno]

Descrizione del convento e della chiesa di San Francesco

L’edificio è situato ad occidente a circa 500m dal castello e dalla piazza centrale del paese. Da lì, si gode l’intera distesa di monti, fiumi e la piana del Sele. Da un’ampia scala si accede al vestibolo, sorretto da due massicce colonne in muratura che presentano due ampie arcate; sotto l’atrio, dal soffitto a volta crociata, a sinistra sono eretti i due portali: della chiesa e del chiostro. Nelle pietre del portone di quest’ultimo è scolpito: ”DE I NOMINE TUO SALVU ME FAC 1554”, cioè “Domine in momine tuo salvum me fac” (Signore nel Tuo nome salvami).

Salendo due scalini ed attraversando un portale rinascimentale i cui stipiti marmorei sono sostenuti da due leoni in bassorilievo, si entra nella chiesa ad una sola navata, di stile barocco lunga 26.90m, larga 8.30m ed alta 11m. Entrando, vi sono due acquasantiere di travertino con bassorilievi, a sinistra una porta ad arco immette nei due settori della cappella della SS. Concezione.

Nel primo settore a destra, c’è una nicchia datata 1726 con la statuetta della Madonna di Medjugorje, e a sinistra la nicchia con dentro la statua del Sacro Cuore di Gesù; nel secondo settore, una cupoletta realizzata con ottimi stucchi, sovrasta due finestre che danno luce alla cappella. Nella parte centrale, risalta la nicchia con la statua di S. Antonio che viene portata in processione di casa in casa in occasione della festa del Santo il 13 giugno, e al di sopra di questi, c’è lo stemma dell’abate di S. Egidio (tre torri in campo azzurro, con una croce sulla torre centrale, ed una stella su ogni torre laterale).

Sotto la nicchia con la statua di S. Antonio, vi era un altare di pietra e stucchi del 1757 (tolto nel 1947) e detto della S.S. Concezione perché lì si trovava la statua dell’Immacolata concezione opera dello scultore Paolo Annollo, fatta nel 1797. In questo settore, sono conservati i due coperchi tombali del 1766 con la scritta “IUS PATRONATUS MAGN.cae UNIV.tis A.D. 1766”.

La chiesa ha sette altari. Sulla parete destra, una nicchia raccoglie l’antica statua del patriarca S. Giuseppe (già patrono di Altavilla dal 1729 al 1796) con in braccio il Bambino; segue l’altare con la statua di legno nella nicchia di S. Bonaventura. Il secondo altare, in marmo, con angeli alle estremità, e tabernacolo riccamente cesellato, è detto di S. Teresa e porta la data 1772, nella nicchia si trova la pala attribuita al pittore Gabriele Solimena, che raffigura S. Chiara assorta ad ascoltare la voce di S. Francesco. Questo altare simmetrico ed uguale a quello di S. Francesco porta scolpito nell’elemento basale un medaglione con la testa di S. Teresa e la data 1782. Dietro la nicchia, risalente al 1400, è possibile ammirare un affresco raffigurante secondo gli esperti S. Margherita da Cortona (vedi pag. 91), il tutto ritrovato mentre si procedeva alla restaurazione della nicchia. In seguito vi è l’altare detto di S. Antonio fatto di marmi pregiati nel 1859, con nella nicchia la statua di S. Antonio da Padova in legno indorato, con nella mano destra il Bambino e nella sinistra , ilgiglio di argento con sei piccioli globi. La statua, di autore sconosciuto, fu regalata alla chiesa dal notaio Altavillese Carlo Corrente nel 1680.

Dopo la balaustra, in una nicchia è collocata la statua di Maria con Gesù Bambino. Sulla parete sinistra il primo altare detto di S. Giuseppe, con statua di legno nella nicchia di S. Pietro di Alcantara, porta nell’elemento basale la scritta “A SPESE DEL CONVENTO E DELLA POPOLAZIONE 1859”. Il secondo altare, detto di S. Francesco, è di marmo ben rifinito, con testa di angelo ai lati; nella nicchia si trova una pala raffigurante S. Francesco, attribuita al pittore Francesco Solimena; alla base è disposto in bassorilievo lo stemma dei Minori Osservanti francescani, e la data del 1782.

La tela unica per bellezza e fattura, raffigura il santo genuflesso, virile nella maestà, ed entusiasta nell’indicare la croce. Lo sguardo penetrante del Santo segue chi lo contempla, e il pallore nel volto contrasta quello degli angeli.

Il terzo altare, in marmo pregiato è detto di S. Rosa e fu fatto nel 1859. Oggi nella nicchia c’è la statua lignea di S. Pasquale Bajlon.

Dopo la balaustra, v’è il pulpito in legno di noce con l’emblema in oro con sopra una corona, ed il corrispondente Crocefisso.

L’altare maggiore, è preceduto da una balaustra di marmo disegnata dal Vanvitelli e donata dal re di Napoli al Convento di Altavilla nel 1763, poggiato su un lungo scalino di marmo bianco in mezzo del quale vi è l’ingresso per mezzo di due portelline di ottone lavorato.

Sotto l’arco grande, al centro della chiesa sorge l’altare maggiore opera di marmorai napoletani con marmi policromi in cui sono stati incastonate pietre colorate e madreperle, donato alla chiesa dal re Carlo VII di Borbone. In cornu epistolae , su di un piedistallo, c’è una grossa Croce, opera settecentesca di autore ignoto.

Dietro l’altare maggiore c’è il coro, con il soffitto a volta, e nell’abside una nicchia con stucchi accoglie la statua di S. Francesco. Su questa nicchia c’è una scritta che dice:”DOM. S.P.N. S. FRAN. D.D. MDCCXXXXVI”. Al di sotto della nicchia, c’è il coro, composto da ben diciannove sedili di legno di pigna tutto intagliato, scorniciato, e colorato a noce con l’appoggio davanti al primo; poi i1 sedile inferiore con in mezzo un quadrato e uno stipo per chiudervi la leggenda delle ore canoni­che, e su di esso un lanternino.

Dall’ingresso della Chiesa sino al descritto Altare Maggiore, sono collocate tra le pilastrate, al di sotto del cornicione a stucco, quattor­dici quadri indicante il percorso doloroso di Gesù Cristo (via Crucis). Da sopra al cornicione ad Oriente esistono quattro vetrate sostenute in mezzo da croci in ferro, di rimpetto ad esse, altrettante vetrate a muro, con sfondi chiusi senza ferro, ne vetri. Al di sotto del soffitto ed attorno alle pareti, dal cornu epistolae al cornu evangeli, vi sono affrescati a grandezza naturale i dodici apostoli con il proprio emblema risalenti al 1606. Questo scenario viene racchiuso con lo splendido soffitto in arco ribassato, realizzato nel 1761 dal Solimene e raffigurante scene del Vangelo, con tavole di pino finemente dipinte. Al suo centro, fino al 1960, conservava una bella tela raffigurante la Trinità, opera di Francesco Solimena; oggi al centro si trova una tela risalente al 700 Napoletano, di autore ignoto, raffigurante Gesù deposto dalla croce tra le braccia di Maria, con le pie donne alla sua destra, e una corona di angioletti al di sopra della croce, il tutto circondato d’arabeschi e fiorami maestrevolmente dipinte.

Al di sopra della porta maggiore vi è l’organo, opera del celebre Caselli di Vallo di Novi, datato 1755 grandioso, sonoro e tutto dorato. Ad oggi, molte canne dell’organo sono mancanti perchè asportate durante la guerra 1940-43.

Da una porta sulla sinistra dietro l’altare maggiore, si entra nella sacrestia, grande locale illuminato da due finestre. Nel suo centro c’è ancora oggi una fossa tombale del 1767 dei fratelli Rosario, Franco e Giuseppe Peduto.

Sulla sinistra uno stretto passaggio porta ad un locale di accesso al pulpito. Da questo locale attraverso una scala di legno, si accede ad un altro locale attiguo alla chiesa di modeste dimensioni. Osservando attentamene il locale ci si accorge che la sua parete, era una navata della primitiva chiesa in stile gotico. Dall’atrio, e tramite un portale di granito del 1554 si accede al chiostro a parallelogramma fatto di sedici pilastri che hanno incorporato le vecchie colonne sorreggenti gli archi del sovrastante convento, con al cento una cisterna settecentesca e alcune piante. Le pareti erano un tempo decorate di buone pitture, rappresentanti miracoli dei Santi dell’ordine, ma oggi sono ricoperte di calce. Nei corridoi a pian terreno vi sono stanze adibite a magazzini: il corridoio a destra immette nel refettorio, nella dispensa e in una piccola cella; a sinistra, nella cucina e in tre stanze per il deposito della legna. Al dormitorio si sale per la scala grande centrale e per un’altra segreta. Nel piano superiore quattro corridoi girano intorno e danno ingresso a quindici celle, oltre alla foresteria, l’infermeria e un piccolo locale abitato dal padre guardiano. Al primo piano del chiostro, una scala immette al campanile, a due ripiani e terminante con una cupola, che ha conservato fino al 1946 una campana del 1592. Si racconta che questa campana avesse un suono particolare e suggestivo da attirare in quelle zone il pirata barbaresco Biserta, al quale si deve il nome dell’omonima contrada.

 

Notizie e foto tratte dal sito http://www.conventoaltavilla.it/

[tab:Il chiostro]

L'interno

Entrando nella chiesa, ad una sola navata, quello che attrae immediatamente lo sguardo è lo splendido soffitto, con arco ribassato, realizzato nel 1761 con tavole di pino finemente dipinte. Al suo centro, fino al 1960, conservava una bella tela raffigurante la Trinità, opera di Francesco Solimena. 

Al di sotto del soffitto vi sono affrescati i 12 apostoli, più antichi di 150 anni, risalgono, infatti, al 1606.

La splendida statua a grandezza naturale di Sant’Antonio risale al 1680, risulta finemente policromata su fondo dorato, ed è un vero gioiello di arte lignea, di cui è difficile rintracciare l’uguale per bellezza e maestria d’esecuzione. Nel 1968 si presentava seriamente danneggiata dai tarli tanto da richiederne l’immediato restauro a Napoli presso lo studio del Cav. Labro; la statua fece ritorno ad Altavilla, accolta dalla popolazione in festa, l’anno successivo.

Al 1755 risale l’imponente organo realizzato da Silvestro Carrelli, collocato sul portone d’ingresso.

La splendida statua a grandezza naturale di Sant’Antonio risale al 1680, risulta finemente policromata su fondo dorato, ed è un vero gioiello di arte lignea, di cui è difficile rintracciare l’uguale per bellezza e maestria d’esecuzione.

Nel 1968 si presentava seriamente danneggiata dai tarli tanto da richiederne l’immediato restauro a Napoli presso lo studio del Cav. Labro; la statua fece ritorno ad Altavilla, accolta dalla popolazione in festa, l’anno successivo.

Al 1755 risale l’imponente organo realizzato da Silvestro Carrelli, collocato sul portone d’ingresso.

A sinistra dell’ingresso si accede alla cappella della SS.Concezione, ove si conserva la statua di Sant’Antonio che il tredici giugno viene portata in processione per tutto il paese.

La chiesa ha sette altari in marmo, tutti di mirabile fattura, anche se non contemporanei. 

 

Altare maggiore

Affresco trecentesco

Tela
 di San Francesco

Tela
 di  Santa Chiara

Le due tele, che vediamo affrontate sopra i due altari centrali, erano credute, fino a non molti anni fa, opera di Francesco Solimena, questa attribuzione è da smentire soprattutto per la data apposta sulla tela raffigurante Santa Chiara che risulta essere il 1772 o il 1778, Francesco era comunque già morto da diversi anni. Oggi la critica è concorde nell’attribuire il San Francesco e la Santa Chiara ai nipoti di Francesco: Orazio o Gabriele. Gli stilemi sono citazioni di opere realizzate da Francesco, la Santa Chiara è integralmente ripresa da quella che è la Suor Agneta raffigurata da Francesco Solimena nella Chiesa di San Giorgio a Salerno. 

E’ in quest’occasione che la leggenda colloca il miracolo di Sant’Antonio. Truppe borboniche, comandate da Vincenzo Cupolo, tentarono di arrestare i reduci dell’assedio della Castelluccia.

E’ in quest’occasione che la leggenda colloca il miracolo di Sant’Antonio. Truppe borboniche, comandate da Vincenzo Cupolo, tentarono di arrestare i reduci dell’assedio della Castelluccia. Il monaco Abenante, venuto a conoscenza delle intenzioni del Cupolo ed essendo profondamente legato ai suoi compaesani, avvisò gli Altavillesi dell’arrivo delle truppe che posero l’assedio al paese. Il Cupolo, appostatosi con le sue truppe nella Foresta, sparava con una colubrina sull’abitato. Gli Altavillesi, esaurite le munizioni, giunsero a fondere le canne dell’organo di Santa Sofia per farne proiettili, e soprattutto, si affidarono all’intervento di Sant’Antonio affinché li liberasse dal pericolo di una carneficina. Vestirono la statua del Santo, proprio quella in legno policromo di cui abbiamo parlato precedentemente, con panni militari e capello frigio e la collocarono sulle mura, in mezzo ai soldati. Il Cupolo, accampato nella Foresta, alla vista della statua così agghindata, si sbellicò dalle risate e puntandogli contro la colubrina disse: ”lo salterò in aria chisto struppone furmuculuso”. Il poco cattolico rappresentante delle milizie del cardinale Ruffo sparò e la colubrina si schiantò in 13 pezzi. Tra lo sbigottimento generale l’assedio fu tolto e i pezzi della colubrina furono raccolti e conservati in una teca, nella chiesa del convento, esposti alla devozione popolare; per inciso, oggi ne sono rimasti solo 12 pezzi.

Il convento, nel 1866, subì saccheggi e distruzioni a seguito dell’applicazione di leggi eversive emanate da Vittorio Emanuele II, che lo videro incamerato allo Stato e da questi affidato al Comune, vi fu alloggiata la Guardia Nazionale, i soldati si comportarono da veri vandali. Solo la chiesa si salvò da questo scempio perché chiusa per mancanza di officianti.

Nel 1960 un nuovo restauro portò a sostituire l’antica pavimentazione formata da ceramica e pietre tombali, che raccontavano di vita e morte di tanti nostri concittadini, con il pavimento che è ancora presente, ma sotto di noi vi sono conservate, oggi come allora, la cripta dei frati e le fosse tombali.

Cenni bibliografici:

-Alessandro e Antonio Ferrara, Cenni storici su Altavilla Silentina, Tipografia Michele Zaccagnini, Vasto, 1898

-Paolo Tesauro Olivieri, Trilogia, Tipolitografia R.Reggiani, Salerno, 1972

-Giuseppe Galardi e Rosario Messone, Altavilla Silentina, Palladio Editrice, Salerno, 1987

-AA.VV., Testimonianze di un gusto artistico Solimena Vela Peccheneda. Restauro del Settecento pittorico ad Altavilla Silentina, Associazione Pro Loco di Altavilla Silentina, 1993

-Paolo Tesauro Olivieri, Vicende dell’antico Convento di San Francesco in Altavilla Silentina, Comitato Festa Sant’Antonio di Padova, 2001

-AA.VV., Angelo e Francesco Solimena nell’Agro Nocerino-Sarnese tra continuità e alternative, Edizioni de Luca, Salerno, 2002

 

I dipinti nel Convento di Altavilla Silentina.

A testimoniare una devozione secolare, le nostre chiese ospitano tele, affreschi, statue. Ma le abbiamo mai osservate con l’attenzione che meritano? Ecco una piccola guida pratica di iconologia e iconografia per orientarsi nell’intricato mondo dei soggetti e dei simboli dell’arte.Oggetto della nostra prima indagine iconografica sono due dipinti settecenteschi collocati nella chiesa del Convento altavillese di San Francesco raffiguranti rispettivamente San Francesco e La Consegna della Regola a Santa Chiara

Particolarmente controversa e dibattuta la questione relativa al riconoscimento di paternità delle due tele. Erroneamente attribuiti dalla tradizione popolare a Francesco Solimena, i dipinti sono stati recentemente avvicinati alla produzione di Gabriele ed Orazio Solimena, nipoti del famoso artista, nonché baroni di Altavilla (cfr. Solimena, Vela, Peccheneda. Restauro del Settecento pittorico ad Altavilla Silentina. cat. della mostra,1993).Entrambi si riferiscono all’iconografia francescana. Nel primo, San Francesco (1182-1226) fondatore dell’Ordine dei frati Minori o francescani, è raffigurato in preghiera, genuflesso nell’atto di ab- bracciare il Crocifisso

Non esiste un ritratto del Santo di Assisi che però viene da sempre rappresentato come un uomo minuto, esile, con la barba incolta. Secondo la tradizione il santo ricevette le stimmate proprio durante l’apparizione del Crocifisso, anche se fonti più antiche (Tommaso da Celano) riferiscono di una figura angelica e umana allo stesso tempo, che avrebbe assunto la forma di una croce. Indossa un saio bruno con cappuccio e cordone in vita che si distingue per la presenza di tre nodi a simboleggiare i tre voti di povertà, castità e obbedienza.

Sulla destra si osserva, adagiato su un libro, il teschio che allude alla morte e all’umana vanità. Sullo sfondo naturalistico, quanto mai suggestivo, campeggia una coppia di cherubini, figure assai ricorrenti nell’arte italiana dal Rinascimento in poi. Si tratta di piccoli angeli di cui è raffigurato solo il capo, provvisto di uno o più paia di ali. A seconda del colore essi prendono il nome di Serafini (rosso) e Cherubini (azzurro o giallo-oro). Il secondo dipinto, collocato sull’altare di Santa Chiara, raffigura la monaca fondatrice dell’Ordine delle Clarisse, mentre riceve la Regola da San Francesco. Indossa l’abito grigio con il cordone annodato e una cuffia bianca coperta da un velo nero. La disposizione dei soggetti, di evidente ascendenza solimenesca, è arricchita da un nugolo di puttini e cherubini, sullo sfondo dei quali si intravede una balaustra marmorea che pare ricordare la Visione di Sant’Agneta degli affreschi della chiesa di San Giorgio a Salerno, eseguiti dal Maestro nel 1680.

 

 

La storia artistica di Altavilla si lega strettamente con quella che è la presenza della famiglia Solimena sul territorio.

I Solimena, famiglia di pittori, originari di Canale di Serino, in provincia di Avellino, si spostano con Angelo, il capostipite, a Nocera, e, grazie a Francesco, grande rappresentante del barocco arcadico, colonizzano il mercato pittorico napoletano, italiano ed europeo.
Le ricchezze accumulate da Francesco nel corso della sua lunga vita, permettono alla famiglia di acquistare terreni e abitazioni, ma non solo: rientra nelle mire dei Solimena l’acquisizione di un titolo nobiliare, questa aspirazione si realizza nel 1744, quando il nipote Gennaro, a fronte di un esborso di 72.010 ducati, riesce a dotare la famiglia del titolo di marchesi del feudo di Altavilla Silentina in Principato Citra.

Questo evento risulta felice per quanto riguarda il percorso pittorico che verrà a realizzarsi in paese, tanto da distanziare in maniera visibile tutte le produzioni artistiche limitrofe.

Altavilla, di balzo, si ritrova inserita in una corrente pittorica “moderna”, che attinge direttamente a quello che è il linguaggio della Capitale: Napoli non è mai stata così vicina.

Francesco Solimena fa scuola con le sue magnifiche opere, i pittori locali ne colgono l’insegnamento approntando opere di grande impatto emotivo oltre che ricche di bellezza pittorica. A questa scia solimeniana appartengono i pittori Vela, Peccheneda e Palmieri, le opere dei quali sono presenti in tutte le chiese di Altavilla.

Quello ci apprestiamo a scoprire e descrivere è un vero gioiello di arte barocca: la ricchezza della chiesa di San Francesco è tangibile sia per quanto riguarda l’architettura sia per le opere pittoriche e scultoree che ne segnano un percorso iniziato nel 1435, anno di fondazione della stessa.

La chiesa sorge a tre navate in stile gotico, ma nel 1554 subisce gia il primo

intervento architettonico che la riduce ad un’unica navata per permettere al convento d’impiantarsi addossato alla chiesa.La pavimentazione viene rialzata, e, il dipinto parzialmente visibile attraverso un foro, venuto alla luce durante dei lavori di restauro sulla parete di destra, può darci qualche indicazione sulla ricchezza pittorica profusa nella primitiva struttura, nonché la differenza di livello che questa presentava. L’affresco rappresenta una non meglio identificata “Santa” e ha conservato i suoi splendidi colori grazie al fatto che la sovrastruttura di malta, della costruzione successiva, ne ha impedito l’aggressione da parte degli agenti atmosferici.

La chiesa e il convento vennero ristrutturati ancora al principio del 1700, da qui la fortuita coincidenza di ritrovarvi all’interno una continuità di stile che la rende così preziosa.

Nello spiazzo che precede l’ingresso alla chiesa vi si trova la fonte di S.Francesco con lavatoio e, su di una colonna, una croce eretta al tempo della Prima Crociata, indetta nel 1096.

La facciata della chiesa, anche se parzialmente nascosta dall’atrio antistante, risale alla costruzione primitiva: ci accolgono due leoni in bassorilievo, posti a sostenere gli stipiti marmorei di chiara impronta rinascimentale. Alla stessa epoca appartengono le due acquasantiere poste all’ingresso.

 

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